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LuceLunare
Ogni STOP è solo un altro START
SOCIETA'
16 settembre 2006
Benvenuti a Peyton Place, Roma
Avete mai letto il libro della Metalious, "Peyton Place", appunto?
Se non l'avete letto, se non avete visto gli sceneggiati o il film che ne hanno tratto, vi farò un sunto.
Provincia del New England, fatti, scheletri nell'armadio, orrori, ipocrisie, incesti e sergreti di una piccola comunità apparentemente integerrima, fra gli anni trenta e gli anni cinquanta.
Ecco.
Il mio quartiere è la versione moderna di Peyton Place.
Qualche giorno fa ero con una mia ex allieva, che quest'anno si diplomerà.
Ci siamo andate a prendere un caffè al centro commerciale del quartiere, una bruttura architettonica che ricorda il Titanic durante l'inabissamento.
Ci siamo sedute su una panchina a chiacchierare, e subito i passanti hanno iniziato ad osservarci. Già, perchè il centro commerciale in questo quartiere è come se fosse la piazza principale di un paesino di mille abitanti.
Ci si conosce tutti, almeno di vista.
E mi son resa conto di quanto è facile finire coi soliti discorsi
"Il gioielliere è un noto ricettatore"
"Quel bar sta aperto anche a natale perchè i cravattari li strozzano" ("cravattaro" a Roma è l'usuraio)
"In quell'altro bar dopo le dieci spacciano coca, li ho visti io tirare tranquillamente sul bancone una sera che sono andata a comprare le sigarette"
"X è diventato eroinomane e tutti gli amici l'hanno allontanato, adesso è in preda al fervore religioso, è totalmente bruciato"
"Y ha messo incinta una e il padre le ha dato dei soldi pur di levarsi dai piedi lei e il bambino"
e cose così.
E' terrificante.
Anche perchè per lo più son cose vere, ma il discorso è un altro:
ce l'abbiamo allora proprio tutti, questa vena malevola di godimento nel vedere le pecche altrui, le brutture altrui, questo voyeurismo perfido?
Eppure siamo a Roma, è una città da sei milioni di abitanti, basta trovarsi fra la gente del quartiere per ritornare paesani?

Ma soprattutto: c'è modo di liberarsi di questa mentalità gretta e meschina o no?



permalink | inviato da il 16/9/2006 alle 21:55 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (5) | Versione per la stampa
8 gennaio 2006
E' domenica quando...
... il cane dei vicini inizia ad abbaiare alle otto e mezza (e voi siete rientrati alle cinque). Viene il dubbio che la bestiaccia sappia esattamente dove si strovi la mia stanza e scelga deliberatamente di abbaiare in direzione della parete divisoria;
... vostra madre vi chiama voi siete in stato comatoso, dovete scavalcare la vostra metà per rispondere al telefono, la serranda è sigillata stile cripta, potrebbero essere le tre di notte come mezzogiorno, voi non lo sapete e la conversazione si svolge così:
Mamma "Ciao, che facevi?"
Voi "Dormivo"
Mamma " Ah, hai fatto molto tardi ieri sera?"
Voi "Eh, sì"
Mamma "Allora ti lascio tornare a dormire"
Voi "Ok"
Mamma "Ah, senti, che tempo fa là?"
e voi, come ogni domenica, sarete costretti a rispondere, senza urlare :" Ma come c***o faccio a saperlo, sono appena sveglia!!!!!"
Mamma "Eh, ma che modi! ci sentiamo dopo!";
... c'è un silenzio innaturale per tutto il quartiere, sembra di essere in quel vecchio telefilm "ai confini della realtà";
... silenzio innaturale spezzato però da un'ambulanza ogni cinque minuti;
... è finito il caffè.


Buona domenica a tutti



permalink | inviato da il 8/1/2006 alle 13:27 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa
28 maggio 2005
Notturno leggero
Come ogni notte calda. Ogni notte solitaria. Il pensiero è solo per te, mio amore, mio scudo, mia consolazione, mio rifugio. Annusarmi le braccia dove solo fino a poche ore fa mi stringevi tu e trovare ancora l'ombra debole del tuo profumo. E pensare che venti chilometri a volte sono l'equivalente di terra-luna. E pensare che in fondo è da sciocchi soffrire per una lontananza di dodici ore. Già.
Sciocca. Questo sono. Una sciocca con un orecchio chiuso, un vestitino bianco addosso e l'immenso desiderio di te che mi strazia il cervello e la pancia.
Mi manchi ovunque. Sulla faccia nelle mani nella pancia sulle vene della caviglia.
Mi basterebbe poco.
Mi basterebbe affondare la faccia nella tua spalla anche stanotte, come tante altre notti prima di questa, e dimenticare tutto nel profumo confortante della tua pelle di vaniglia fresca.
E invece fuori dalla finestra il quartiere tace nel silenzio soffocato dei primi umidi caldi dell'estate. Questa come quella prima e quella prima ancora.
Non c'è luna per parlarmi, raccontarmi, dirmi come ti vede lei dagli spiragli della tua finestra chiusa, addormentato sulla pancia come un bambino.
E allora mi sdraio in mezzo ai tuoi pensieri piano, per non svegliarti, e dormo anche io.

Per te, amore mio, amico mio, mio amante, mia vita.



permalink | inviato da il 28/5/2005 alle 0:37 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (5) | Versione per la stampa
26 ottobre 2004
Il Pazzo Gentile

Quando torno a casa dall'università all'Eur mi aspetta un bell'autobus nuovo nuovo tutto blu, con dei sedilini imbottitti minuscoli e pochissimo spazio per stendere le gambe( e ve lo dice una che non arriva al metro e settanta), che quando c'è l'aria condizionata accesa dell'acqua di origine misteriosa gocciola sui sedili anteriori lato finestrino, sia a destra che a sinistra. E' un autobus carino, che quando salta tre corse ti verrebbe da dargli fuoco, stante che per tornare a casa già ci si mettono quaranta minuti almeno. E c'è tanta bella gente sopra (me inclusa).

L'altra sera salivo col mio solito umor nero sul suddetto autobus, timbravo il biglietto e mi mettevo a sedere. Dalla mia destra, subito prima di infilermi gli auricolari del discman nelle orecchie sento "Signorina?". Mi volto. Un tizio moro, con la voce a scatti, un pò da bambino timido. Stima approssimativa d'età, sui trent'anni, chiaramente indigente (basta guardare mani, viso, vestiti e avere un olfatto nella norma). Due occhi grandi grandi. "Sì?" dico. "Volevo solo dirle che lei ha dei capelli meravigliosi". Non so com'è, ma m'ha fatto dolcezza e m'è partito un sorriso da orecchio a orecchio, mentre lo ringraziavo. Appena sale altra gente, il Pazzo Gentile inizia a parlare. Racconta che all'ospedale S.Eugenio non lo vogliono tenere, anche se da quando ha perso i genitori 15 anni fa in un incidente d'auto in seguito al quale lui s'è fatto 8 mesi di coma che gli ha lasciato come ricordo tante simpatiche crisi epilettiche, va appunto soggetto a queste violentissime crisi. C'è chi ci rimane secco, ma loro hanno deciso che un posto in neurologia non se lo merita. Non ha nessuno che pensi a lui. Non ha casa, non ha nulla. Dice "Io lo so che voi lavorate e avete i vostri problemi, vi chiedo solo di ricordarvi di chi non ha nulla, e di non guardarci con disprezzo. Siamo esseri umani anche noi". Passa su e giù per l'autobus a raccogliere qualche moneta, davanti a me si ferma, nemmeno prende i soldi che avevo tirato fuori dal portafogli, mi chiede "Come ti chiami?2 e io gli rispondo. Lui mi dice "Io sono Giovanni, è un piacere conoscerti" e prova a farmi un goffissimo baciamano, ma di quelli veri, da galateo, in cui la mano non viene nemmeno sfiorata dalla bocca. Mi poggia la mano sull'avambraccio, mi fissa giù giù giù negli occhi che non so nemmeno io cosa potrà mai vederci e mi dice "sei la donna più bella che abbia mai visto in vita mia. Buon viaggio". Io ho riso e ringraziato, dicendo che esagerava. Lui è sceso alla fermata dopo, una fermata qualsiasi nel nulla marmoreo dell'Eur. E m'ha fatto ancora più dolcezza, il Pazzo Gentile. Un pò per la sua dignità, per la sua poca invadenza, e un pò perchè dava davvero l'impressione di non aver nessun posto dove andare. Pensateci: una cosa è non voler andare da nessuna parte, un'altra è non avere proprio nessun posto dove andare. E forse i pazzi son prorpio questo: delle persone che non hanno nessun posto dove andare.

Volevo solo raccontarvelo. Buon viaggio anche  ate, Giovanni, Pazzo Gentile.




permalink | inviato da il 26/10/2004 alle 15:37 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
10 ottobre 2004
La domenica del villaggio
Vivo in un quartiere che più passa il tempo più sembra un paesone. E lo dico in senso negativo. Mia madre mi ha spedito al centro commerciale qui vicino per comprare il pane. Faccio 100 metri e già vedo sospette file di auto parcheggiate ovunque, sulle linee di stop, sui cespugli, nei cassonetti. Provo a dirmi "dai, sarà soltanto la gente che va in parrocchia". No. Non era solo la gente che va in parrocchia. Era l'universo intero che si era riversato al centro commerciale. Perchè? Perchè oggi, seconda domenica del mese, c'è il mercatino. Non un vero mercatino, intendiamoci. Un mercatino adatto alla gente che vive qui. Un mercatino CARISSIMO. E la cosa bella è che nessuno è venuto a piedi a quanto pare, nonostante il mio quartiere si possa coprire da confine a confine in massimo mezz'ora di passeggiata salubre. No, son venuti tutti in macchina. Con cani, gatti, nonni, nipoti, bambini urlanti con palloncini pericolosissimi che ti finiscono autamaticamente in faccia quando cerchi di farti strada dal panettiere. E dal panettiere c'era la fila fuori. C'era l'eliminacode coi numeretti. E io ho avuto un improvviso attacco di misantropia. Ho sognato di potermi teletrasportare lontano da qui. E invece no. Vuol dire che il mese prossimo mi metto in ghingheri e vado al mercatino in macchina anche io. Se non puoi sconfiggerli, unisciti a loro.



permalink | inviato da il 10/10/2004 alle 12:56 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (9) | Versione per la stampa
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Ho appena riletto (con piacere e sofferenza): Michael Ondaatjie - Il paziente Inglese Nick Hornby - Alta Fedeltà Sono: estremamente stressata In più: continuo a perdere oggetti in giro per casa SE PROPRIO VOLETE CONTATTARMI IN PRIVATO potete scrivere a littleluna[at]libero.it Rispondo anche agli insulti, purchè cortesi
 



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